giovanni-maria-sperandini
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“I Mulini Bianchi non sono mai esistiti.

I mulini, i gloriosi vecchi mulini erano grigi, di polvere e farina e, in qualche angolo, forse, c’era pure una piccola ragnatela”.

“Il mulino è un castello di carte, meraviglioso, affascinante, ma pur sempre un castello di carte, instabile, improbabile.

Già l’operazione iniziale, sul fiume o sul fosso, per deviare l’acqua: uno sbarramento di sassi, labile, effimero, che una piena improvvisa può spazzare via, e bisogna ricostruirlo. Poi il canale, che porta l’acqua al più grande invaso del bottaccio, non sempre è costruito in pietra, e scorre libero fra sponde erbose.

Le parti meccaniche della turbina stanno in piedi sostenute da zeppe che sembrano sempre provvisorie e che pure sono lì dalla fondazione del mulino. Alcune zeppe fissano il parallelepipedo di bronzo su cui ruota il puntale di ferro sul quale appoggiano i cinque sei quintali della macina mobile; altre zeppe fissano all’asse rotante i catini della turbina e quando, per necessità, si deve alzare la macina per rifarle la grana a colpi di martelline bipenni d’acciaio (e ne vanno via, in questa operazione, anche sessanta alla volta), il tutto si deve rimettere in asse perfetto con un sistema tecnico di meticolosa precisione; a colpi di mazza sul palo che regge, da una parte la turbina e dall’altra la macina. Il che significa che può andare a posto in dieci minuti, se va bene, ma può anche volerci un pomeriggio, e qualche colorita imprecazione, che pare aiuti…

Un castello di carte, dicevo, dove tutto balla e traballa, ma dove tutto è magico, affascinante, come il duro mestiere del mugnaio, artigiano che con gesti antichi apre la paratoia per dare acqua, controlla a tasto la grana della farina e stabilisce se alzare o abbassare (ma di poco, di quel tanto che basta) la distanza fra le due macine, chiude la saracinesca quando ha finito di macinare o sente che il bottaccio si è vuotato e deve attendere che si riempia di nuovo, e questo anche lungo la notte. Un artigiano che sposta sacchi, li pesa nella bascula, li vuota nella tramoggia, li riempie di farina macinata.

Un mestiere antico che non c’è quasi più. A volte il mulino esiste solo in qualche spot pubblicitario”.

(Dalla prefazione di Francesco Guccini)

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