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Un vagabondaggio notturno per le vie della città deserta, una passeggiata inebriante nella solitudine di strade e piazze illuminate, santuari fungibili dei moderni paesaggi dell’anima. Sul filo teso di una via Emilia che appare a tratti languida e suadente, per imporre d’improvviso la solennità di un vuoto metafisico, si dipana il sogno di Franco Fontana, modenese di Parigi, Vienna e Pietroburgo, poeta che canta la notte diversa e ammaliante dei paesaggi civilizzati.

Fontana si aggira in una Modena che gli è cara, che gli pare di conoscere da sempre, la città che chiama “sua”: eppure in questa consuetudine si annida un germe europeo, un’inquietudine novecentesca, una potenza figurativa che scardina la visione quieta dell’ordinario per partecipare di una sensibilità vasta, disorientata, apolide.

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