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400 anni di storia, arte, cultura, politica, guerra e pace raccontati attraverso l’edificio-simbolo del potere a Modena

Il potere ha da sempre bisogno di un palcoscenico su cui mostrarsi, e di un pubblico da cui essere applaudito e ammirato. Il Palazzo ducale, oggi Accademia militare, assolve da quattro secoli a questa funzione, imponendosi con la sua superba scenografia nel teatro della storia modenese, prima ducale e poi italiana, e giungendo fino a noi carico di storie, di immagini, di significati.

Il volume racconta la storia di questo edificio-simbolo del potere e del suo rapporto con la città nel tempo, calandosi di volta in volta nelle stanze e nelle vesti dei personaggi che più significativamente lo hanno attraversato e ne hanno interpretato la vocazione di comando. Si presenta come una conversazione aperta con la città, un racconto dai toni fiabeschi per riscoprire l’emozione di un patrimonio comune, di una storia collettiva.

Roberto Franchini ci presenta una galleria di 13 personaggi che hanno intrecciato la propria sorte con quella del palazzo, dal suo concepimento fino all’età contemporanea.

Il primo ritratto che incontriamo è quello del padre spirituale e materiale del Palazzo ducale, quel Francesco I d’Este che volle concepire Modena come una grande capitale europea, e se stesso come signore di quella capitale. Chi tradusse il disegno politico dell’estense in un progetto architettonico fu Bartolomeo Avanzini, al quale è dedicato il secondo capitolo del libro, e che dà anche occasione all’autore di occuparsi degli altri progettisti e architetti di corte, tra cui il Gaspare Vigarani a cui si deve la palazzina dei Giardini Ducali, e non ultimo il grande Gianlorenzo Bernini, consulente privilegiato dell’Estense nonché autore di uno dei più celebri busti scultorei del Seicento, che ritrae proprio Francesco I d’Este in una foggia regale destinata ad avere molta fortuna negli anni a venire. Se è vero che nella storia il potere si declina più spesso al maschile, c’è pure qualche significativa e interessante eccezione. Laura Martinozzi, reggente per il figlio Francesco II d’Este, seppe imprimere al ducato e al palazzo che lo rappresentava un corso nuovo, lontano dai fasti mondani dei predecessori e tutto rivolto all’edificazione dello spirito, e dei conventi. Ma non solo i sovrani sono stati interpellati per accompagnare il lettore tra le pietre e i marmi del palazzo modenese. Figure di assoluto rilievo, come il bibliotecario e storico di corte Ludovico Antonio Muratori, hanno contribuito a rendere celebri quelle stanze, e ad attirarvi ammirati viaggiatori e studiosi. Un altro nome celebre, che potrà incuriosire il lettore, è quello di Carlo Goldoni. Il famoso commediografo ci accompagnerà alla scoperta della darsena, l’importante porto fluviale cittadino che sorgeva proprio sul retro del palazzo ducale. Quando la Rivoluzione Francese arriva nella capitale del ducato estense, sono violate per la prima volta in quasi due secoli le porte del palazzo. Napoleone Bonaparte in persona vi soggiornerà, seppure per un brevissimo periodo. Le spoliazioni saranno ingenti, e la fuga di Ercole III poco decorosa. Fortunatamente qualcosa si salvò, tra cui il meraviglioso salottino d’oro concepito e fatto realizzare da Francesco III. Con gli austro-estensi, il famigerato Francesco IV e il più timido Francesco V, il ducato diventa a tutti gli effetti uno stato satellite degli Asburgo. Il palazzo viene restaurato e arricchito di edifici di servizio, ma molto presto verrà l’ora, per gli estensi, di lasciare Modena per sempre. Neppure trent’anni prima della partenza definitiva di Francesco V, Ciro Menotti era stato impiccato insieme ad altri liberali coinvolti in quella che passerà alla storia come “congiura estense”. Il monumento che li ricorda è stato innalzato a bella posta proprio di fronte alla facciata del palazzo, nel 1880. Nella nuova stagione che si apre con il processo di unificazione, nuovi volti e nuovi personaggi si affacciano dalla balconata del palazzo: Luigi Carlo Farini, che ha ancor oggi intitolata la via che conduce diritta dalla via Emilia al palazzo, Manfredo Fanti, fondatore dell’Accademia Militare, e anche un insospettabile Edmondo De Amicis, cadetto per due anni all’inizio del secolo scorso. Le due guerre mondiali e la dittatura fascista portano gravi sconvolgimenti anche alle stanze del potere. Adunate, parate, visite ufficiali, bombardamenti, rifugi antiaerei e persino, quasi fosse una nota fuori posto, un carosello storico per celebrare i trecento anni dalla nascita di Alessandro Tassoni, nel 1936. Il dopoguerra segna il definitivo ritorno del palazzo alla destinazione stabilita da Fanti, e ancor prima da Napoleone: accademia militare. Ed è per questo che il volume si chiude, guardando al futuro, con un breve capitolo dedicato al “comandante che verrà”.

Storie, aneddoti, notizie e curiosità, ma anche e soprattutto immagini: questa la colonna portante del progetto editoriale, che ha previsto un’accurata ricerca iconografica condotta su documenti, oggetti d’arte e fotografie storiche. Nel piacere del racconto, si inserisce la suggestione di una figura evocativa, di un dipinto più o meno celebre, di fotografie rare e in molti casi inedite che ci mostrano un luogo abitato dai protagonisti della storia antica e recente. Di particolare suggestione anche una serie di immagini mozzafiato eseguite da droni, che colgono inquadrature e particolari totalmente inediti.

 

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