Venditori, saltimbanchi, zingari, digiunatori, fachiri, mangiatori di fuoco arrembavano la folla danarosa e guardinga vendendo scaglie colorate di illusione in cambio di briciole di ricchezza. In ogni angolo due lumini, un tappeto, una danza sinuosa, un serpente addomesticato, un braciere fumante, un tizzone ingoiato per dimenticare la fame dell’inverno. Tra le nuvole del fritto di pesce e l’odore unto del moussaka fluttuava una folla assetata di emozioni e ben fornita di banconote irrequiete. Una di queste sere tutte uguali, tra la baracca di Konstant e la friggitoria di Johannis, davanti a un portone sprangato, trovammo raccolta una grande quantità di persone. Non si vedeva da cosa fossero stati attratti, solo, dal silenzio che regnava intorno, guizzava il suono di un violino.Il violino della Plaka é in un certo senso un libro di viaggio. Ma non si tratta di un viaggio convenzionale: quello in cui Mario Ventura trasporta il lettore è, piuttosto, un vagabondaggio insidioso e travolgente, in bilico sul labile confine tra vita reale e vita sognata. Eppure il violino del titolo è un violino vero, uno strumento prezioso nelle mani tozze di una marionetta manovrata da un artista di strada: lo strumento esiste, gli spettatori si saziano della sua musica senza accorgersi che le note sgorgano dalla lontananza artificiale di un magnetofono. La domanda serpeggia inquietante nell’animo di ciascuno: che spettacolo sta andando in scena? Chi è il misterioso giovane biondo che crea un’illusione così simile a verità? Ventura ci trascina in un’intrigante allucinazione che scorre tra i vicoli della Plaka ateniese e l’Italia, svelando con una lingua meticolosa e sapiente la surreale storia di Kurt e di Hans, annoiato banchiere uno, tormentato musicista l’altro: un padre e un figlio, due facce della stessa medaglia o forse, addirittura, la stessa persona.

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