Ma poi, cosa era successo veramente?
Forse Benito gli doveva la vita.

Roma, 1935. All’ingresso di Palazzo Venezia un distinto signore cerca di essere ricevuto dal Duce. Si tratta dell’ingegnere Vittorio Morandi, che per tre lustri è stato impegnato sul grande cantiere della ferrovia direttissima Bologna-Firenze.
Un’opera avveniristica, con la seconda galleria più lunga del mondo, diciotto chilometri e mezzo strappati alle viscere dell’Appennino tosco-emiliano. Ma Vittorio Morandi non è solo uno dei tanti tecnici che hanno permesso al regime di mutare il volto dell’Italia e trasformarlo in una nuova scenografia pronta ad accogliere i trionfi e le glorie patrie.
Vittorio è anche, prima di tutto, un amico di Mussolini. Un amico dei tempi buoni, quando entrambi erano due irrequieti collegiali sempre a un passo dall’espulsione per cattiva condotta. Nonostante gli anni passati – e quali anni! – il loro rapporto appare miracolosamente intatto. Al punto che Vittorio sente di dover raccontare a Benito una storia. Perché dentro alla galleria dell’Appennino, in quindici anni, sono successe molte cose.
E, forse, qualcosa ancora deve accadere.

In un continuo andirivieni nel tempo e nello spazio, dalle quinte imperiali della Roma fascista alle aspre realtà dei cavatori di marmo di Carrara, dei contadini di Sarzana la Rossa, dei braccianti di Ca’ di Landino prestati come minatori alla Direttissima, questa storia quasi vera abbraccia quindici anni di mutamenti politici e sociali italiani, scanditi dai sogni e dalla vita di personaggi indimenticabili, eppure dimenticati dalla Storia.

 

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